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Cara, chi deve dare la mano all’altra, di noi due?

marzo 21 @ 08:00 - 23:30



Oggi, 21 marzo, per la Gionata della Poesia avremmo incontrato Alessandra Pigliaru, un'amica che amiamo, che ci dona e ci ha donato splendide analisi di testo poetici, e non solo. In queste "giornate di bisogni che però la poesia riesce ancora una volta a indicare meglio di altre sia pure fulgenti analisi." questo è il nuovo dono che ci ha fatto.

Una lettera lunga come un abbraccio

di Alessandra Pigliaru

Cara,
chi deve dare la mano all'altra, di noi due?

È Cristina Campo a chiederselo, quando il 4 dicembre 1975 scrive alla sua adorata Mita. È un’apertura di una missiva niente affatto facile, nella inermia del proprio corpo che cede, immagina la difficoltà dell’altra. Il punto non è la mano ma la domanda “chi di noi due” lo deve fare. È allora all’insegna del contatto, oggi più che mai vietato, che guardiamo sull’orlo di un presente difficile la giornata mondiale della poesia, con Cristina e Mita al centro di loro stesse, sia pure nella distanza. È tutti i giorni, quella giornata, che ci porta alla tangenza di una parola capace di nominare l’inaudito, l’irriducibile che costeggiamo anche negli annunci di morte e desolazione. Sono giornate di bisogni che però la poesia riesce ancora una volta a indicare meglio di altre sia pure fulgenti analisi.

È una modalità di sospensione, in un tempo come questo nostro in cui il rinvio da ogni attività ci è esortato, quando non prescritto In questo passaggio quel bisogno, tanto lucidamente consegnatoci da Cristina Campo fino ai suoi versi, si innerva anche nel suo epistolario. In particolare, prosegue oltre e sempre riferendosi a Mita, quel “bisogno della mano è reciproco. Credo, del resto che questo tempo di prova sia una cupola inarcata su tutti, sia iscritto infine nella carta del cielo (...), così che dovremmo veramente, per durare, tenerci tutti la mano, con pensieri di luce”.

Sono stati numerosi i momenti storici in cui ci siamo dovuti tenere per mano, per farci forza l’un l’altra, non sono stati di necessità pubblici e ciascuna e ciascuno sa dei propri, difficile sarebbe stato un privilegio o un ricordo da tenere vivo per non impazzire di solitudine. È allora non altrove ma qui, conficcate nella realtà come la storia delle donne insegna – a tutte e tutti – che dobbiamo forse spostare lo sguardo per imparare, anche nella estrema prostrazione, per apprendere ciò che per Cristina Campo è la “lezione della gioia, della sacra, intangibile gioia”.

Cominciando allora questo percorso, il desiderio è quello di tenere tra le proprie mani la gioia, fino a che si trasformi in un punto talmente prezioso e intenso da diventare corpo e finalmente pensarla nelle mani di un’altra. Un dono con la precisa idea che anche un’altra possa decidere di farlo a noi.

C’è un movimento nella poesia, nel seguire un verso, che crea mondi. Non li definisce né sa consegnarli come fa la letteratura, ma anche la poesia è capace di raccontare delle storie, e di far dimenticare – dopo letta – il susseguirsi esatto delle parole. Anche quando sono poche le si dimentica talvolta facilmente. Dalla mano cara di chi pensa il bene nostro, e che sa stare distante quando questa vicinanza può causare sofferenza in altre persone, la scelta dei versi qui di seguito ha dei nomi di donne.

Il primo è quello di Ida Travi che con i suoi Tolki (https://www.idatravi.com/ida-travi-la-poetica) ci ha portate in un mondo in cui lo sguardo obliquo è già stato capace di ricostruire un altro luogo possibile. È un mondo del post, in cui però non vi sono assemblaggi privi di esperienza né stati di allarme, ci sono invece donne e uomini, ragazze e ragazzi, bambini e animali. Ci sono la neve, la farina, oggetti di lavoro e alture da percorrere. Ci sono casolari e piccole case, c’è un ritorno alla parola nuda, esposta e sottratta per essere restituita alla semplicità, che non è mai facile, soprattutto quella del dire all’altro di una carezza sulla guancia, di un fiore.

Possiamo ascoltare dalla sua voce https://www.youtube.com/watch?v=Uq8BuS09jrY
o leggere il testo qui di seguito, tratto da Dora Pal, la terra:

La luce ti darà la solitudine
sotto sotto c’è la solitudine

Scende dall’alto del campanile
la solitudine

Sola è la brocca, sola la fontana
sola la pietra, solo il ramoscello

Forte ti farà la solitudine, nei sandali
hai la solitudine

Dormono in solitudine le bestie
dormono i bambini
poi viene qualcuno e mostra la lettera

Allora alzatevi – dite qualcosa
dite qualcosa alla rosa rossa.

*

È una vista che ci offre, ora che ci siamo sollevate, e che possiamo dire, anche da un altissimo muro, non è un infinito, è un margine invece prezioso di incontri:

https://www.youtube.com/watch?v=bP7KLEY5dSc&feature=emb_logo

Ne riportiamo il testo qui, tratto da Tà poesia dello spiraglio e della neve:

Vedo l’altissimo muro e sopra
vedo le stelle risplendere
da una parte e dall’altra
sopra i capelli bianchi come la neve

Vedo la cima del monte sacro
Altissima nella notte, vedo la testa
del monte sacro risplendere nella notte
poi la prigione terrena
mi infila il grembiule nero
allora mi siedo e canto.

*

In questa vista, vi è anche quella di chi sta accanto, lo si osserva, lo si ringrazia: https://www.youtube.com/watch?v=_4diI3Jp7lg&t=1s
Ecco il testo, sempre contenuto in Tà:

Vedrai la spalla del tuo vicino alta nel segno nero

Nel filo di fumo azzurro vedrai quel fiume
e il monte lì vicino, vedrai quel ramoscello
argento che sale, sale...

È così che testimonia il ramo

È così che il sasso ritorna alla sua storia
Ci sono vetri dappertutto, Usov
sei pieno di schegge in testa.

*

Insieme alle viste umane, manteniamo accanto quelle di ciò che ci circonda. Riesce a farlo anche Wislawa Szymborska, in Vista con granello di sabbia:

Lo chiamiamo granello di sabbia.
Ma lui non chiama se stesso né granello, né sabbia.
Fa a meno di nome
generale, individuale,
instabile, stabile,
scorretto o corretto.

Non gli importa del nostro sguardo, del tocco
Non si sente guardato e toccato.
E che sia caduto sul davanzale
è solo un'avventura nostra, non sua.
Per lui è come cadere su una cosa qualunque,
senza la certezza di essere già caduto
o di cadere ancora.

Dalla finestra c'è una bella vista sul lago,
ma quella vista, lei, non si vede.
Senza colore e senza forma,
senza voce, senza odore e dolore
è il suo stare in questo mondo.

Senza fondo lo stare del fondo del lago
e senza sponde quello delle sponde.
Né bagnato né asciutto quello della sua acqua.

Né al singolare né al plurale quello delle onde,
che mormorano sorde al proprio mormorio
intorno a pietre non piccole, non grandi.

E il tutto sotto un cielo per natura senza cielo,
dove il sole tramonta non tramontando affatto
e si nasconde non nascondendosi dietro una nuvola ignara.
Il vento la scompiglia senza altri motivi
se non quello di soffiare.

Passa un secondo.
Un altro secondo.
Un terzo secondo.
Ma sono solo tre secondi nostri.

Il tempo passò come un messo con una notizia urgente.
Ma è solo un paragone nostro.
Inventato il personaggio, insinuata la fretta,
e la notizia inumana.

*

Cosa si può vedere ancora, quale vista può essere così incarnata da possedere se stessa anzitutto riconoscendosi provvista vivente protesa verso l’altro e se stessa?

Lo dice bene Antonella Anedda quando, rende obliquo il suo osservare e attraversa il buio scoprendo la propria centratura:

Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo – al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
– promessa.

*

Un’oscurità reclama il suo posto nel mondo. E richiede soprattutto di essere non rimossa ma attraversata, siamo noi a farlo, non altri. Lo segnala anche Emily Dickinson:

Ci abituiamo al buio
quando la luce si fa da parte -
come quando la vicina alza il lume
per attestare il suo arrivederci -
Un momento - avanziamo incerti
per il nuovo della notte -
poi – adattiamo la visione al buio -
e affrontiamo la strada – eretti -
E così è per tenebre - più vaste –
quelle serate della mente -
quando nessuna luna svela un segno -
nessuna stella – spunta – dentro -
I più audaci - brancolano un poco -
e a volte urtano un albero
direttamente con la fronte -
ma appena imparano a vedere -
l’oscurità si modifica -
oppure qualcosa nella vista
si adegua alla mezzanotte
e la vita avanza quasi dritta.
*

Le mani sono sempre quelle di Cristina e Mita, i piedi però cominciano a comporre lo spazio, è una vista abitata da oggetti, lievi e cruciali, carichi di presagi, di promesse e strade futuribili. Ci saranno allora viventi umani e non umani. Ci saranno amanti e nodi che si sciolgono. Ne parla Chandra Livia Candiani in una delle sue poesie forse più belle e immaginifiche:

Allora senti
ci sarà un lupo
e sarà bianco
tu sarai bendata
e gli starai in groppa
in piedi
correrete insieme
slacciàti dalla ragione
legittimi alla velocità dell’aria.
Non ci sarà bisogno di fidarsi
avrà fiuto e tu equilibrio.
Dovrai tener caldo alle parole
tenerle in un orto sotto la camicia
a stretto contatto con la pelle.
Bruceranno e graffieranno.
Lasciati bruciare.
Passerete dalle città
non levarti mai la benda
anche quando sentirai chiamare
lusingare invocare resta dritta
in piedi in groppa al lupo.
La memoria è una fabbrica
che non smette mai
fa i turni di notte e non ha festivi.
Il lupo slaccerà i ricordi
uno per uno ne farà
fiocchi di neve.
Il vuoto sarà vasto
e alto e profondo
lo chiamerai carezza.
Allora senti.

*

Sentire, questa straordinaria esperienza che la scrittura delle donne difficilmente slega dal pensare, non è nemmeno adesso un paradosso impossibile da coniugare. Cosa significa sentire in una primavera come questa priva di contatto? Significa usare gli occhi della mente, allargare il cuore - il viscere più importante e circolante per Maria Zambrano - quanto sappiamo e abbiamo inteso fare, significa immaginarsi su quel lupo pronunciando una libertà che è quella che ci riporta alla gioia di cui parlava Cristina Campo a Mita. Questa è “la disciplina della gioia”. Perché senza di essa non c’è nemmeno il piacere della libertà. In groppa a quel lupo, affidandosi bendate a quell’animale amico e inaddomesticato che tuttavia sa ciò che fa, è il piacere che affiora.

Sia pure non della stessa tonalità affettiva, c’è una poesia di Nina Cassian che promette esattamente questo:

Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti sulle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglie diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.
*

Difficile da mantenere il desiderio di rendere vivo qualcun altro quando non lo si può raggiungere, quando non lo si può accompagnare neppure se – in ciò che adesso ci è negato – sta male o se ne va. Difficile, e forse non richiesto neppure dalla poesia, sopportare il dolore così vasto che ci abita, ma nel digiuno e nella rinuncia sappiamo qualcosa in più. Per esempio possiamo leggere Mariangela Gualtieri:

Si fa un atto di fede, stando fermi.
Si dice: credo in ciò che non si vede,
so che non sono sola adesso
in questa camera senza nessuno,
so che nel vuoto apparente
c’è una corrente feconda, una mano
che guida la mia mano, una mente
di creazione. So di non sapere
il mistero del mondo. E so di preservarlo
per la fecondazione d’ogni vivente.

Stando molto fermi si crea una fessura
perché qualcosa entri e faccia movimento
in noi, e ci lavori piano, come capolavoro
da ultimare, a cui l’artista ignoto fa un ritocco
con ispirata mano, quasi demente
tanto è forte la spinta e delicata
la certezza del tocco.

*
Le mani si aprono, verso tutta la vulnerabilità di cui disponiamo anche quando non la riconosciamo. È un centro che però non è esito ma un costante camminare, mano nella mano. Che è nel qui e ora ma che si attaglia a qualcosa che è arrivato prima di noi e che, da lì, passa in ciò che è al di là, che ci supera. Lo scrive Ana Blandiana:

Sufficiente a me non sono mai stata,
sempre in bilico come un frutto da un ramo al vento,
come da un arco teso, una freccia,
come dalla sua etimologia, una parola.

(…)

*

Ritorna la domanda iniziale che ci ha consegnato Cristina Campo: “chi di noi due” lo deve fare, quale la mano che si tende per prima verso l’altra?

Io qui. Tu là.
Tu lì. Io qua.

Lo scriveva qualche anno fa Patrizia Cavalli. Ed è il dato di questo presente. Che però si trasforma in una lettera lunghissima, vogliamo desiderarla così, una lettera aperta e non conclusa che arriva da tanti angoli del mondo, costellata di alcuni tra i tanti nomi che la poesia, in questo caso scritta da donne, ci restituisce. Colma come una marea di corpi, pulsante come una promessa pensante il bene, con l’augurio di poterla mantenere. Sempre accanto. Nel ricordo più grande e appassionato che esista, in cui le mani accorciano le distanze perché si arrendono all’abbraccio:

L'universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l'altro
*

Queste sono le ultime istruzioni, da appuntare sul cuore e facendo esercizio di memoria. Non dimentichiamo.

*

Di seguito i testi da cui sono state tratte le poesie:

- Cristina Campo, Lettere a Mita, Adelphi https://www.adelphi.it/libro/9788845914942
- Ida Travi, Ta' poesia dello spiraglio e della neve, Il mio nome è Inna, Katrin Saluti dalla casa di nessuno, Dora Pal, la terra, Tasàr,animale sotto la neve. I cinque volumi sono editi da Moretti&Vitali https://www.idatravi.com/copia-di-i-tolki-i-parlanti-sequen
- Wislawa Szymborska, Vista con granello di sabbia (a cura di Pietro Marchesani, edito da Adelphi) https://www.adelphi.it/libro/9788845918858
- Antonella Anedda, Notti di pace occidentale, Donzelli https://www.donzelli.it/libro/9788879895125
- Emily Dickinson, Questa parola fidata, Einaudi (a cura di Silvia Bre) https://www.einaudi.it/catalogo-libri/poesia-e-teatro/poesia/questa-parola-fidata-emily-dickinson-9788806232702/
- Chandra Livia Candiani, Fatti vivo e La bambina pugile (entrambi editi da Einaudi) https://www.einaudi.it/autori/chandra-livia-candiani/
- Nina Cassian, C'è modo e modo di sparire, (traduzione di Anita Natascia Bernacchia e Ottavio Fatica) Adelphi https://www.adelphi.it/libro/9788845928239
- Mariangela Gualtieri, Le giovani parole, Einaudi https://www.einaudi.it/catalogo-libri/poesia-e-teatro/le-giovani-parole-mariangela-gualtieri-9788806227425/
- Ana Blandiana, Un tempo gli alberi avevano occhi, Donzelli (a cura di Biancamaria Frabotta e Bruno Mazzoni) https://www.donzelli.it/libro/9788879899130
- Patrizia Cavalli, Poesie (1974-1992), Einaudi https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/poesie-1974-1992-patrizia-cavalli-9788858415306/

Dettagli

Data:
marzo 21
Ora:
08:00 - 23:30
Categoria Evento:
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Organizzatori

Associazione Evelina De Magistris Livorno
S.I.L.