
Abbiamo conosciuto Elvira Mujčić nell’ottobre 2012, quando venne a Livorno per presentare La lingua di Ana, che era uscito lo stesso anno, e da allora non ci siamo più lasciate. Elvira aveva già scritto due libri, Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica, e E se Fuad avesse avuto la dinamite? Dopodiché ci siamo incontrate per i libri successivi, fino a questo La stagione che non c’era.
Un libro che parla della Jugoslavia, un Paese che non c’è più, da una prospettiva originale e inedita: «volevo raccontare ciò che è successo prima della fine». La fine della Jugoslavia di Tito, della scommessa di un Paese dove costruire un socialismo diverso da quello realizzato, basato sul modello dell’autogestione, un Paese non allineato, fuori dalla logica dei blocchi occidentale e sovietico, dove potessero convivere etnie, lingue, religioni diverse.
È di grande interesse questo spostamento temporale, perché vi si palesa lo sguardo di chi ha attraversato i terribili anni successivi – quelli delle guerre balcaniche degli anni ’90, con il loro tremendo portato di morti, distruzioni, ferite fisiche e simboliche – costruendo personaggi e personagge che vivono quella stagione del prima, del tempo a ridosso dell’inizio della tragedia. Ciascuno e ciascuna lo vive a modo suo, con incrollabili certezze e grandi paure, con rimpianti acuti e pervicaci speranze, ed il futuro sta là davanti, noi lo conosciamo, ma loro no. Ben lo conosce Elvira che è assai efficace nel restituire quel momento senza preveggenze, ma posizionata nell’oggi, mettendo in luce alcuni temi che ci parlano molto: tra i tanti, la memoria, con le sue ambivalenze, una memoria che nel libro è declinata in senso concreto, oggettuale, fatta di cose, ricordi, citazioni; l’identità e i suoi guasti; i nazionalismi, direttamente collegati all’identità stessa, o meglio, all’ossessione identitaria, anche se ovviamente non esauriti da questa dimensione.
Leggendo il libro di Elvira, mi è venuto in mente ciò che scrive Christa Wolf nel suo splendido Cassandra: nella contabilità del Palazzo troviamo scambi di merci, spese, acquisti, ma non risultano l’amore, il dolore, la vita. Elvira lo fa: dà voce a nomi, a volti, a esistenze.
E ricordo un breve brano di Heinrich Böll, che Elvira ha messo in esergo a E se Fuad avesse avuto la dinamite? «Non capivano che il segreto dell’orrore sta nel particolare. È molto facile […] pentirsi di gravi colpe. Ma chi perdona un particolare, chi comprende i dettagli?».
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