Il congedo dal patriarcato

Manifesto - CULTURA & VISIONI - 04.03.2010
Maria Luisa Boccia
CARLA LONZI, IL CONGEDO DAL PATRIARCATO
FARE DIFFERENZA
Critica d'arte, sovvertitrice del ruolo dell'opera e dell'artista. Militante e teorica, pioniera della pratica dell'autocoscienza e autrice di testi tutt'ora imprescindibili come «Sputiamo su Hegel». Il volto poliedrico di Carla Lonzi, figura inaugurale del femminismo italiano, al centro di un convegno e di una riscoperta editoriale
Per la prima volta l'opera di Carla Lonzi viene riproposta in una nuova edizione, in tutto fedele a quella originale. Nel primo volume sono raccolti gli scritti a sua firma, composti tra il 1970 e il 1972, e quelli a firma del gruppo femminista Rivolta Femminile, la cui stesura si deve sempre alla sua mano.
Nella primavera del 1970 a Roma si ritrovano per giorni e giorni tre donne, Carla Accardi, Elvira Banotti e Carla Lonzi, per il bisogno di esprimere l'emozione e lo scatto di coscienza provocati in loro dalla ripresa del femminismo nel mondo. È Lonzi a scrivere il testo, scandendo in frasi concise e folgoranti quelli che saranno i principali temi del neofemminismo. Con la pubblicazione nel luglio del Manifesto di Rivolta Femminile si formano i primi gruppi di Rivolta, prima a Roma e Milano poi in molte altre città, attorno alla pratica, lì enunciata, del separatismo e dell'autocoscienza. Nell'estate dello stesso anno Lonzi scrive Sputiamo su Hegel, titolo irriverente di congedo dalla cultura patriarcale. Un invito rivolto innanzitutto a quelle femministe che, per la propria liberazione, si affidano più alle teorie e forme di lotta degli uomini che non alla riflessione su di sé.
Per Lonzi questo congedo è innanzitutto un cambiamento di vita netto e radicale. Segnato soprattutto dal rifiuto dell'emancipazione. Interrompe la professione di critica e per tutta la vita dedicherà se stessa alla pratica femminista. Alla scrittura, alla casa editrice di Rivolta, alle riunioni dei gruppi di autocoscienza, ai rapporti con le tante donne che, soprattutto attraverso gli scritti, entrano in contatto con Rivolta Femminile. Sul piano privato questo comporta la dipendenza economica da Pietro Consagra, una scelta tutt'altro che indolore, oggetto di critiche e riserve, poco o nulla compresa nel femminismo. Ma alla quale rimane sempre aderente, in modo convinto.
Promesse mancate
Nel 1970 Carla Lonzi è una donna adulta, con esperienze importanti alle spalle. Nata a Firenze il 6 marzo 1931, primogenita di due sorelle e due fratelli, si è laureata nel 1956, con una tesi in storia dell'arte, Rapporti tra la scena e le arti figurative dalla fine dell'Ottocento, discussa con Roberto Longhi. Un lavoro edito postumo da Olschki, nel 1996, avendo lei rifiutato la proposta di Longhi di pubblicarla e dare così inizio alla professione accademica. Nel 1959 ha un figlio, Battista, con Mario Lena, chimico industriale e sindacalista. Vivono in Toscana, Carla scrive poesie e collabora a riviste e a programmi Rai sull'arte. Ma è dopo l'incontro con Pinot Gallizio, e poi con Carla Accardi e Pietro Consagra, che il suo lavoro si concentra sugli artisti contemporanei. Cura diverse mostre, personali e collettive, dei più importanti esponenti delle avanguardie di quegli anni: dal gruppo «Forma1» a Paolini, Pascali, Kounellis, Nigro, Fontana. Nel 1962 cura due importanti mostre a Torino, la prima al Valentino, «L'incontro di Torino», con pittori degli Usa, dell'Europa e del Giappone, la seconda alla galleria Notizie, «Artisti americani: Kline, De Kooning, Nevelson Tobey, Hultberg, Borduas, Rothko, Gottlieb, Simpson, Mitchell, Twombly».
Nel 1969 esce da De Donato Autoritratto, libro-convivio, composto dal libero montaggio di brani tratti da colloqui con quattordici artisti, registrati tra il 1962 e il 1969. È l'opera più importante di Lonzi critica ed è uno dei testi più belli e originali sull'arte degli anni Sessanta. Quando decide di porvi termine ha insomma raggiunto maturità e affermazione nell'attività professionale. Tuttavia vive con frustrazione profonda l'inautenticità di una realizzazione di sé affidata all'inserimento nella società maschile. Nel bisogno di trovare altre strade vi è la spinta personale al femminismo. E si stringe quel nesso forte tra biografia e pensiero che è la cifra più autentica del suo pensiero e dei suoi scritti.
La consapevolezza con cui Lonzi avverte il bisogno di alternative non è certo comune allora tra le donne. Potenzialmente di tutte è però la scoperta che l'emancipazione è una promessa mancata. Perché non mette davvero fine al destino tradizionale, ma soprattutto perché nell'uguaglianza o parità con l'uomo una donna non trova risposte esistenziali, politiche e culturali al senso di sé.
Negli anni Settanta tutto il femminismo, come fenomeno mondiale, si cimenta con questo nodo. Rivolta Femminile lo fa con la pratica della presa di parola, sia orale che scritta. Già nel 1970 nasce la casa editrice «Scritti di Rivolta Femminile» che avrà in seguito due collane: i «libretti verdi» ospitano i testi dell'autocoscienza, i «prototipi» quelli di confronto con la cultura maschile. È la prima esperienza in Italia che si misura con l'esigenza dell'autonomia, creando un'impresa, misurandosicon i problemi dei soldi e del mercato, con discreto successo. Nel 1974 esce la raccolta degli scritti di Carla Lonzi e di quelli firmati da Rivolta. E già nel 1975 il libro è tradotto prima in Argentina, poi in Germania.
Sono gli anni di massima espansione del femminismo, contrassegnati anche da importanti avvenimenti: la vittoria del No al referendum sul divorzio, i processi per reato di aborto a Padova e Trento, poi l'irruzione della polizia in una clinica di Firenze. Sull'aborto si hanno le prime, grandi manifestazioni di massa che accendono l'interesse dei media, dei partiti e dell'opinione pubblica. Ma la mobilitazione per l'aborto produce anche un mutamento significativo all'interno del femminismo. Alla proliferazione dei gruppi e alla creazione di una rete di incontri, scambi e comunicazione di esperienze si affiancano, finendo spesso per sostituirsi alle pratiche originali, le modalità più tradizionali dell'iniziativa politica. Dal corteo, appunto, alla rivendicazione della legge, al rapporto, sia pure conflittuale, con le istituzioni.
In questo passaggio dal femminismo al «movimento femminista» Rivolta Femminile non si riconosce. Anzi prende esplicitamente distanza, sia sul merito dei contenuti, in particolare sull'aborto, sia sulle forme politiche. Basta leggere Sessualità femminile e aborto per misurare quanto sia lontano questo approccio dalla richiesta della legalizzazione dell'aborto. Quelle pagine oggi possono aiutare a riflettere su qual è il cambiamento necessario che nessuna legge, nessuna riforma sociale può soddisfare. Un aiuto analogo può venire dalla lettura di Sputiamo su Hegel, rispetto alla crisi, sempre più vistosa, che da tempo investe la politica, il suo linguaggio, le sue regole, le sue organizzazioni.
Nonostante si sia aperta questa divaricazione tra la propria pratica e il movimento femminista Rivolta Femminile non si scioglie, come accade invece a molti gruppi di autocoscienza. Naturalmente vi sono mutamenti e fasi alterne. Alle riunioni settimanali dei diversi gruppi si sostituiscono alcuni incontri allargati di due o tre giorni tra tutte le donne di Rivolta. Spesso hanno luogo a Turicchi, la casa in Toscana di Carla Lonzi e Pietro Consagra. Le riflessioni stimolate da questi incontri vengono raccolte in due volumi a più voci: È già politica (1977) e La presenza del femminismo (1978). Peraltro Rivolta Femminile non si appaga del suo percorso interno, isolandosi dal contesto politico e dal modo in cui vi trova posto il movimento femminista. Cerca un'interlocuzione, prende posizione sulle falsificazioni e semplificazioni, effetto della divulgazione mediatica delle idee e pratiche femministe, a partire da quelle che la coinvolgono. Ma non trova riscontro in un contesto fortemente dominato dalla contrapposizione ideologica e politica tra movimenti e sistema politico. Ne offro solo due esempi.
Nel gennaio 1975 Carla Lonzi invia al Corriere della Sera il testo Sessualità femminile e aborto, in risposta a un articolo di Pier Paolo Pasolini che aveva denunciato la mancata messa in questione, da parte delle femministe, del legame tra eterosessualità, procreazione, aborto. Il giornale non lo pubblica. Lonzi scrive allora una lettera a Pasolini, come gesto di riconoscimento della reciproca differenza, senza ricevere alcuna risposta.
Il 5 febbraio 1978 invia una lettera a L'espresso per confutare la riduzione del femminismo a movimento, la sua filiazione dal Sessantotto e dunque la sua riduzione a costola femminile di ideologie, rivoluzioni e rivolte degli uomini. Viceversa, scrive Lonzi, è malgrado il Sessantotto che le giovani donne del movimento hanno preso coscienza di sé; scardinando parole d'ordine, modi di far politica e miti dei loro compagni. Anche questa lettera non sarà pubblicata. Privilegiando da sempre la comunicazione, Lonzi e Rivolta Femminile, con questi e altri gesti, mostrano di aver ben compreso l'importanza della rappresentazione mediatica. E la necessità di interloquire con chi la produce.
Un anno doloroso
La pubblicazione nel 1979 del diario Taci, anzi parla rappresenta una tappa decisiva. Non è solo un documento prezioso del personale percorso di Lonzi, o una ricostruzione degli eventi diversi che si intrecciano nella complessa vicenda femminista di quegli anni. In quelle pagine si trovano gli interrogativi, gli ostacoli e le scoperte che una donna deve affrontare, dal momento che non si riconosce più in un'identità femminile precostituita. Il 1979 è anche un anno doloroso per Carla Lonzi. Si apre una crisi nel rapporto con Consagra che darà luogo a un periodo di separazione. Lonzi registra il lungo colloquio tra due coscienze e, con il consenso di lui, lo pubblica in Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, dopo che il rapporto è ripreso (1981). È l'ultimo libro dato alle stampe da Lonzi.
In quei mesi torna a manifestarsi il tumore di cui era stata operata nel 1968 a Boston. Carla sta lavorando sul teatro di Molière, in particolare su Le preziose, alla ricerca di situazioni di rapporti tra donne e uomini che possano costituire dei precedenti storici, rispetto all'esperienza di Rivolta. Sebbene sofferente, si sente carica di energia: «ho fatto una mia estate. Ero veramente felice», dice in un'intervista a Quotidiano donna. Rinvia i controlli fino all'ottobre 1981. È operata il 15 dicembre a Zurigo. Dopo una lunga convalescenza, muore a Milano il 2 agosto 1982. Rivolta pubblica postumi, nel 1985, Scacco ragionato. Poesie dal '58 al '63, nel 1992 raccoglie in Armande sono io! i materiali su Le preziose.
Conflitti irriducibili
Negli anni ottanta il femminismo vive un secondo passaggio: dall'attore politico collettivo «il movimento» al «femminismo diffuso». Mentre sul terreno più propriamente politico si parla di riflusso, non si arresta, anzi si estende e arricchisce, il cambiamento nelle vite e nelle soggettività femminili. In modi e con scelte spesso molto diverse rispetto a quelle della generazione «storica»di femministe, sono sempre di più le donne che cercano nella consapevolezza di sé una differente misura per le scelte di vita. Insomma il cambiamento avviene con modalità che corrispondono a quelle di Rivolta, molto più di quelle del movimento politico. Seppure con altre pratiche, con la creazione di centri, riviste, case delle donne, collettivi di ricerca e studio, anche la realtà femminista appare meno divergente dall'esperienza del gruppo. Ma né Lonzi né Rivolta sono assunte a diretto riferimento. Probabilmente l'ostacolo è proprio l'immagine costruita dai media sul femminismo anni settanta: quella dei cortei sull'aborto e sulla violenza sessuale, della chiusura nel separatismo, del conflitto irriducibile con gli uomini. Ci vorrà una maggiore distanza perché la parola di Lonzi torni a essere attuale e comunicativa e si rinnovi l'interesse per il suo femminismo, originale e originario. Nel 1990 esce il mio L'io in Rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi, la sola monografia a lei dedicata. Ma è in questi ultimi anni che si è avuto un susseguirsi di studi, convegni, tesi di laurea.
Per sostenere e far crescere questo rinnovato interesse non vi è modo migliore che offrire a un pubblico, crediamo vasto, di lettrici e lettori i suoi testi.

L'ARTE DEL FEMMINISMO
Da domani a domenica un convegno alla Casa delle donne di Roma
Nata a Firenze nel 1931, morta precocemente nel 1982, Carla Lonzi è stata protagonista cruciale del femminismo italiano. Un convegno alla Casa internazionale delle donne di Roma, «Taci anzi parla. Carla Lonzi e l'arte del femminismo», da domani a domenica 7 marzo la ricorda nel duplice aspetto di critica d'arte e di teorica e militante femminista, mettendone a fuoco l'invenzione dell'autocoscienza, la pratica artistica come percorso di rottura, il legame fra esperienza e parola. Il convegno si apre domani pomeriggio alle 14 con i saluti di Edda Billi, Costanza Fanelli, Cecilia D'Elia e Battista Lena e la prima sessione, relatrici Ida Dominijanni e Laura Iamurri, discussant Monica Farnetti, interventi di Mario Tronti, Liliana Allena, Beatrice Busi. Alle 19 la seconda sessione, con Lucia Soleri e Giovanna Olivieri. Sabato relazioni di Maria Luisa Boccia e Manuela Fraire, discussant Michela Pereira, interventi di Rita Corsi e Federica Paoli. Nel pomeriggio introducono Francesco Verdella e Federica Giardini, discute Monica Storini, intervengono Silvia Bordini, Stefano Ciccone, Judith Russi Kirshner. Domenica mattina tavola rotonda finale con Boccia, D'Elia, Farnetti, Iamurri, Annarosa Buttarelli, Gabriella Bonacchi. Sabato sera alle 20 la proiezione di «Alzare il cielo», un film di Loredana Rotondo, realizzato nel 2002 per la Rai con la regia di Gianna Mazzini.
«SPUTIAMO SU HEGEL»
Al via la ristampa di tutte le opere
Quarant'anni dopo l'uscita del «Manifesto di Rivolta femminile» e di «Sputiamo su Hegel», l'opera completa di Carla Lonzi viene ripubblicata dalle edizioni Et/Al di Sandro D'Alessandro. Il primo volume, in questi giorni in libreria, ripropone con il titolo «Sputiamo su Hegel e altri scritti» e con la postfazione di Maria Luisa Boccia il volume edito da Rivolta femminile nel 1970 («Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti»). Fra il 2010 e il 2011 è prevista l'uscita di «Taci anzi parla», con la postfazione di Annarosa Buttarelli, di «Autoritratto», con la postfazione di Laura Jamurri, e di «Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra». In questi stessi giorni esce anche una ristampa Baldini e Castoldi della monografia di Maria Luisa Boccia «L'io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi» pubblicato da La Tartaruga nel 1990. A queste iniziative editoriali è dedicata, sabato 6 alle 19, una sessione nel convegno romano con Sandro D'Alessandro e Laura Lepetit. Il convegno espone anche il catalogo completo della delle pubblicazione di Scritti di Rivolta femminile, nonché una mostra di fotografiedi Jacqueline Vodoz provenienti dalla Fondazione Jacqueline Vodoz e Bruno Danese.
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DONNE ANNO ZERO DAI '70 AL SEXGATE PISTE DI UNA MUTAZIONE
Ida Dominijanni 
“La rappresentazione commercial-televisiva del gentil sesso nell'era berlusconiana coincide davvero con la realtà delle donne?
Il manifesto, 7 marzo 2010
«La donna è l'altro rispetto all'uomo. L'uomo è l'altro rispetto alla donna. L'uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli». «Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell'uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell'esistenza». «La parità di retribuzione è un nostro diritto, ma la nostra oppressione è un'altra cosa». «Per uguaglianza delle donne si intende il suo diritto a partecipare alla gestione del potere nella società mediante il riconoscimento che essa possiede capacità uguali a quelle dell'uomo. Ma...ci siamo accorte che sul piano della gestione del potere non occorrono delle capacità, ma una particolare forma di alienazione. Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere. E' per sventare questo possibile attentato della donna che oggi ci viene riconosciuto l'inserimento a titolo di uguaglianza». Sono solo alcune citazioni delle molte possibili dal Manifesto di Rivolta Femminile e da Sputiamo su Hegell, il testo forse più famoso di Carla Lonzi, entrambi datati 1970, ed entrambi al centro, con tutto il resto della sua opera, del partecipatissimo convegno della Casa internazionale delle donne di Roma che in questi giorni (cfr. Maria Luisa Boccia sul manifesto di giovedì scorso) ne ha ripercorso la figura di militante e teorica femminista nonché critica d'arte. Non una commemorazione né una monumentalizzazione, ma una riattualizzazione della radicalità della figura di Lonzi e della radicalità da lei impressa al femminismo italiano degli anni Settanta e seguenti, sul piano del pensiero e della pratica, nel modo di concepire la politica e la libertà femminile, la trasformazione di sé e del mondo, la relazione con le altre e il conflitto con l'altro. Una riattualizzazione tanto più tempistica dopo un anno come questo e in un momento come questo, in cui il discorso sulle donne sembra sequestrato dall'immaginario berlusconiano (e non solo berlusconiano) al potere, e il discorso delle donne rischia una risposta speculare e subalterna.
Quale? Quella, già in voga sui media nei mesi scorsi, che scambia la fiction berlusconiana per la realtà («siamo un paese di veline»), vede passività dove c'è stata reattività (la reiterata denuncia del «silenzio delle donne», che copre e svalorizza la parola delle donne che hanno denudato il re), prescrive ricette del tutto inadatte alla malattia (quote rosa quando è chiaro l'uso che ne fa Berlusconi e non solo lui, parità e diritti quando è chiaro che il conflitto è sulla sessualità e sull'immaginario). Non ne è esente il quadro desolato e desolante delle donne italiane che Caterina Soffici traccia nel suo Ma le donne no, sottotitolo (buono per le vendite in libreria) «Come si vive nel paese più maschilista d'Europa» (Feltrinelli, 210 pagine, 14 Euro, prefazione di Nadia Urbinati), un'inchiesta peraltro ricca di storie e testimonianze femminili interessanti che si presterebbero a un'interpretazione più complessa di quella che l'autrice ne trae: in sostanza, una generalizzata regressione, una generalizzata sottomissione a canoni etico-estetici imposti e lesivi della dignità femminile, una generalizzata incapacità di lottare e di avvalersi dei diritti. E' davvero così? La rappresentazione commercial-televisiva del gentil sesso nell'era berlusconiana coincide davvero con la realtà delle donne? L'eccellenza femminile di cui parlano tutti i dati sulla scolarizzazione e sul mondo del lavoro è davvero annullata dalle discriminazioni salariali e dal carico del lavoro familiare non condiviso con i mariti? Davvero dopo gli anni 70 ci siamo tutte «ritirate ordinatamente e in silenzio», ciascuna per sé e il mercato o l'uomo potente per tutte? E qual è la memoria - o meglio l'immaginario, o il fantasma - degli anni 70 che sostiene questa catena interpretativa?
Scrive Soffici che la sua inchiesta parte da un disagio: «Eravamo cresciute in una bolla felice, nella certezza di essere libere, di poter vivere la vita che volevamo. Ma era solo un'illusione. Non era vero. Il cammino verso la parità dei diritti iniziato negli anni 70 si era interrotto». Una osservazione analoga si ritrova in un altro libro-inchiesta appena uscito, Pensare l'impossibile di Anais Ginori (Fandango, 160 pagine, 14 Euro, prefazione di Concita De Gregorio, vignette di Pat CArra), che però esplicita nel sottotitolo, «Donne che non si arrendono», un'intenzione di segno contrario, ed è esplicitamente attraversato in più d'una pagina dalla domanda su quale sia, se c'è, il rapporto fra la generazione del femminismo storico e quella delle trentenni di oggi, scosse dal torpore dai noti fatti di quest'ultimo anno che Ginori definisce «l'Anno Zero delle donne italiane». Anche lei scrive: «Le ragazze che ho incontrato per scrivere questo libro non sono tutte veline. Molte però provano un senso di disillusione. Sono cresciute pensando che i diritti erano tutti già conquistati, che la parità fosse un dato acquisito. Hanno scoperto che non è così». Viene da rispondere che se è così non tutti i mali, il sexgate berlusconiano compreso, vengono per nuocere.
Ma forse è più chiaro a questo punto il senso delle citazioni di Carla Lonzi all'inizio di questo articolo: servono a ricordare due cose. Primo, che non siamo all'Anno Zero. Secondo, che il femminismo degli anni 70 ha messo al mondo una pratica di libertà che non si fida della parità e non si affida ai diritti, che si conquista e si riconquista ogni giorno e in ogni contesto di vita pubblica e personale, e che non si cristallizza in leggi e garanzie. Ricordarlo non serve, spero che sia chiaro, a prescriverla ad altre donne e a un altro tempo, cui magari si addicono tutt'altre pratiche. Serve però a smontare la riduzione - tutta costruita dalla vulgata mediatica di trent'anni - del femminismo come lotta lineare e progressiva per la parità e i diritti. E a ricordare che, come si evince da questi stessi due libri, «l'illusione» dei diritti può avere una conseguenza spoliticizzante per chi ci si affida come a delle garanzie che rendono superflue le battaglie di libertà.
Pensare l'impossibile ha comunque il merito di rendere evidente un'agenda di questioni su cui «lo scontento delle più giovani» preme con maggiore urgenza. Si apre, intanto, con una inchiesta sulla tratta delle nigeriane: meritoria, perché quello del mercato internazionale del sesso, conseguenza tutt'altro che secondaria della globalizzazione, è uno dei tasselli che mancano alla chiacchiera infinita sul sexgate di casa nostra e sull'immaginario sessuale dei tempi nostri. E prosegue indagando sull'uso del corpo femminile nell'industria della pubblicità e della televisione, rendendo evidenti due stacchi cruciali rispetto agli anni 70: lo spostamento del fuoco dal corpo all'immagine del corpo, e lo spostamento della cornice dalla politica al mercato. Che cosa diventa o può diventare, la politica della libertà femminile, quando non si tratta del corpo ma dell'immagine, e si combatte non dentro e contro un contesto segnato dalla politica diffusa com'era nei 70, ma dentro e contro la dittatura del mercato, e quando la politica diventa mero esercizio del potere?
Sono domande che varrebbe la pena di approfondire. Alain Touraine, nel libro che senza ombra di dubbio si può considerare l'unico testo maschile che abbia afferrato e registrato la qualità specifica della rivoluzione femminile novecentesca e il «cambiamento di prospettiva» sul mutamento sociale da essa indotto (Il mondo è delle donne, il Saggiatore, già recensito su queste pagine), aiuta a darsi alcune risposte. Interrogandosi sui cambiamenti generazionali nella storia delle donne degli ultimi decenni, Touraine registra uno degli spostamenti che questi libri segnalano, dalla capacità di lotta della generazione dei 70 all'idea oggi predominante «che le donne siano completamente dominante e manipolate, private di parole e di immagini proprie, e si trovino così ridotte a mera creazione del potere maschile», soprattutto il potere dei professionisti della comunicazione e della pubblicità. Una «immagine caricaturale», scrive Touraine, che rischia di diventare un'ideologia al servizio dello stesso potere maschile; per smontarla, aggiunge, è bene «cercare le attrici dietro le vittime», ovvero, con un gioco di parole, non cadere vittime della (auto)vittimizzazione e aprire gli occhi sulle strategie attive di vita, resistenza, creatività, costruzione di sé e trasformazione del mondo che sono maggioritarie nelle vite femminili di oggi successive alla «grande rivoluzione» dei 70.
Occorre anche capire, scrive Touraine, che la sessualità è diventata, nelle società contemporanee, il terreno su cui per le donne si gioca una aspra battaglia sul confine fra costruzione consapevole di sé e mercificazione. La mappatura di questa battaglia comporta strumenti fini, che non possono esaurirsi nella denuncia estemporanea della galleria degli orrori che ci è passata davanti nell'ultimo anno. Sandra Puccini, nel suo prezioso Nude e crudi. Femminile e maschile nell'Italia di oggi (Donzelli, 200 pagine, 18 Euro), si mette e ci mette sulle tracce di un cambiamento dell'antropologia italiana che ruota attorno al cambiamento dei ruoli sessuali, che oggi esplode ma che è cominciato nei primi anni 80 (con Drive In), e lo storicizza proprio in rapporto alla rivoluzione femminista dei 70: «Contro le femministe sembravano prendere corpo immagini femminili costruite pescando nelle più arcaiche fantasie maschili: con l'antica scissione fra le donne tentatrici e peccaminose dell'immaginario erotico e le altre, quelle da sposare e con cui mettere su famiglia». Da allora a oggi non ci sono state solo la tv spazzatura e la pubblicità a fare la loro parte, ma un fascio di linguaggi che vanno dalla letteratura alla fiction alla fotografia sui settimanali di moda. E non hanno operato univocamente a svilire il corpo femminile, ma più sottilmente a costruire una «tirannia della bellezza» basata su messaggi ambivalenti e su una «molteplicità di rappresentazioni» che dava anche risposte, per quanto illusorie, a un desiderio di libertà e di autonomia, o dava corpo - anoressico - ai nuovi sintomi del disagio, il narcisismo in primo luogo, di quella che altri chiamano «società del godimento»: una società in cui erotismo, sessualità, pornografia tendono a sovrapporsi, e «fare sesso» si sostituisce a «fare l'amore». Crucialmente, scrive Puccini, non si è trattato solo di una manipolazione del femminile, bensì di una riscrittura del femminile e del maschile, dominata per un verso dalla tendenza alla confusività e all'omologazione androgina, per l'altro da un ripristino di maschere sessuali tradizionali - uomini violenti, donne docili - utili a placare l'ansia dovuta alla sparizione reali dei ruoli tradizionali. Una ottima pista, che ha tra l'altro il merito di porci di fronte alla cruciale domanda: e degli uomini, che ne è stato nel frattempo?

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