“Il femminismo è stata la mia festa”. Una giornata di studi su Carla Lonzi.

“Il femminismo è stata la mia festa”, scriveva Carla Lonzi. Su questa grande donna, “teorica del femminismo e critica d’arte”,  si è svolta lo scorso 18 marzo,  a Pisa, una giornata di studi, “Carla Lonzi: la duplice radicalità”, organizzata dall’Università e dalla Casa della Donna di Pisa. 

Vinzia Fiorino ha introdotto i lavori richiamando tre aspetti di Lonzi, tra i tanti, su cui soffermarsi: il rapporto soggetto/corpo, il pensiero politico e la politica intersecata dalla sessualità, la storia del femminismo. Il forte richiamo all’autodeterminazine (“Ho vissuto la nascita della donna come soggetto”), la differenza come contenuto della libertà femminile, in una continua messa in discussione delle certezze. La politica di cui parla Carla Lonzi è una pratica basata sull’autocoscienza: da qui parte la consapevolezza che le faceva dire di non poter accettare la stessa vita dell’uomo, perché questa è invivibile.

Liliana Ellena, dell’Università di Torino, ha parlato di Lonzi come di una figura emblematica e profetica del femminismo. Una donna fortemente carismatica, per la radicalità delle sue scelte. Nell’esperienza di “Rivolta femminile”, il gruppo fondato nel 1970, vi fu una specifica elaborazione teorica, un linguaggio dirompente in conflitto con la politica classica, istituzionale, e anche con un parte della politica delle donne. Le pratiche erano quelle del separatismo e dell’autocoscienza: il discorso e la pratica del partire da sé. Carla Lonzi insiste molto sull’importanza dell’autocoscienza per la costituzione di una nuova soggettività femminile: un processo che non ha fine, non tanto una pratica politica determinata.La radicalità prima richiamata si palesa nella discontinuità tra il suo percorso di critica d’arte ed il femminismo. Testi emblematici sono “Taci, anzi parla”, il suo diario,  e “Vai pure”, dedicato al rapporto con Pietro Consagra. Questo mettere insieme autobiografia e pratica politica ha poche analogie con altre esperienze, perlomeno degli anni ’70, bensì più con alcuni testi della fine degli anni’80.Carla Lonzi, morta prematuramente, è una figura molto citata ma poco studiata. Per esempio, sappiamo poco o nulla sui rapporti tra i diversi gruppi di Rivolta: a Milano, Roma, Torino.Non sappiamo nulla sul viaggio che lei fece con Consagra negli U.S.A. – e anche sul suo incontro con le tematiche femministe. Raccontava che, per “esprimersi liberamente”, era stata molto importante la lettura de “Il secondo sesso” di Simone De Beauvoir. Ma bisognerebbe approfondire di più quella storia, i gruppi come “Anabasi” a Milano, con Serena Castaldi, o il Movimento di Liberazione della Donna a Roma, vicino al Partito Radicale, che si situano agli inizi del femminismo in Italia. Ai loro incontri partecipano alcune che faranno parte di Rivolta, e si apre il conflitto sul separatismo.Oggi si sta riaprendo il dibattito su un aspetto di Carla Lonzi: il mancato incontro tra storia, critica d’arte e femminismo. C’è un rapporto irrisolto tra femminismo e immaginario, da una parte, e tra le diverse temporalità della storia del femminismo. Il primo aspetto è poco studiato: eppure, possiamo citare, rispetto al rapporto con l’arte, la stessa Lonzi, Carla Accardi, Alessandra Bocchetti e il documentario dal titolo “Della Conoscenza”, in cui analizzava le motivazioni ideologiche e la situazione storica che sono alla base del ruolo e delle lotte condotte dagli studenti e dai giovani nel 1968, o l’esperienza delle “Nemesiache”, in cui era presente un rapporto forte tra femminismo e creatività. Ma la questione dell’immaginario si intreccia con quella del simbolico.Quanto alle diverse temporalità del femminismo, occorre distinguere tra il femminismo come evento e il femminismo come processo.Paola Di Cori  ha parlato di una immagine fantasmatica delle origini. È un’immagine che crea difficoltà nel fare i conti con la storia del femminismo, nelle sue complesse temporalità, senza ridurlo ad un percorso lineare.Per Carla Lonzi si tende a parlare o di rottura e discontinuità totale  tra il suo femminismo e quanto avvenuto prima (tesi contraddetta dal confronto stretto che in “Taci, anzi parla” continua con l’arte e gli artisti) o di continuità tout court. Entrambe le chiavi di lettura presentano un soggetto trasparente, mentre Lonzi opera una continua interrogazione su di sé, in termini di contraddizione, di scissione.Nell’epistolario tra Carla Lonzi e Pinot Gallizio, risalente ai primi anni ’60 - nel 1963, Lonzi aveva scritto che le opere di Gallizio rappresentano ” un sogno visionario di un plasma che sopravvive come dato ultimo di bellezza e di energia” – si trovano in nuce alcuni aspetti quali la relazione come strategia di mediazione e la necessità di deculturalizzazione. “Quello che di imprevedibile e libero avviene tra noi…”; “L’ambiguità delle cose è al suo colmo … Ogni contraddizione è ammessa”. Si avvertono lo spostamento di piani, le interrogazioni, il rapporto arte-esperienza-pensiero, la libertà.“Disfare la cultura, disfare la politica”. La possibilità di individuare il rapporto tra soggettività politica e soggettività individuale. Non si tratta di un pensiero in progresso, nel senso dell’emancipazione, ma di una accelerazione in attrito con il tempo della storia, perché è un lavoro su di sé. Emblematico il modo come Lonzi affronta la questione dell’aborto: questo è un processo di rieconomizzazione da parte del pensiero patriarcale.Vi sono due testi: “Autoritratto di gruppo”, di Luisa Passerini, del 1988, e “I lumi e il cerchio”, di Emma Baeri, del 1992. in entrambi, le questioni della soggettività individuale e della soggettività politica sono messe in rapporto, in un percorso di sessuazione del soggetto. È in quegli anni, a cavallo tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90, che si pone la questione del rapporto tra politica e autobiografia: vedi anche “Il gioco dei regni”, di Clara Sereni del 1993, o “Mabruk” di Nadia Gallico Spano.In conclusione occorre sottolineare tre questioni:

  • il rapporto tra cultura e politica, con la sessualità come terreno di discussione (ma già nel 1975-’76 c’è una riprivatizzazione degli spazi di discussione sul corpo e sulla sessualità). E qui si esprimono la negatività critica e il progetto positivo di Carla Lonzi, che parla di “felicità pubblica”, in un dialogo con Carla Accardi
  • la questione del riconoscimento. Lonzi fa suo il tema tipicamente hegeliano del riconoscimento – pur avendo fatto vuoto attorno ai termini in cui la questione si era posta. Questione da declinare sia nel rapporto tra le generazioni, sia in quello tra i femminismi dell’Europa, degli USA e di altre parti del mondo;
  • il tema del conflitto. La questione della differenza, per prima quella irriducibile donna-uomo, e i soggetti differenti, anche rispetto al tema della sessualità: il movimento LGBT, il nesso immigrazione – sessualità, etc…

E’ poi intervenuta Maria Luisa Boccia, docente di filosofia politica all’Università di Siena e teorica del pensiero femminista. Ha iniziato quasi manifestando un pudore: “Carla Lonzi non amava le interpreti. Riteneva che le donne intellettuali sono quelle che si mettono in posizione mimetica con il maschile, invece che esporsi e dire di sé”. Ma Lonzi scrive, e ogni scrittura chiede lettura, e ognuno che legge, interpreta.Lonzi mette al centro della relazione tra donne il riconoscimento. Lei reclama la primogenitura, si nomina profeta, Battista (chiamerà Battista il figlio). Chiede, evoca l’interpretazione anche in questo.Lonzi scompagina sia tradizione che genealogia. Apre uno spazio perché si faccia autocoscienza. La creazione di precedenti: “A noi mancano i precedenti”. “Il femminismo inizia quando una donna cerca risonanza di sé nell’autenticità di un’altra donna”. (“Taci, anzi parla”).Tra sé/l’altra/l’umanità femminile si crea un legame di autenticità, e nell’autenticità di una si trova la risonanza dell’altra. All’origine c’era un relazione specifica, quella tra lei e Sara (una donna giovane di “Rivolta”, dalla quale lei vuole riconoscimento). La risonanza dell’autenticità è unica, non è in ripetizione. Il femminismo accade, accade nuovamente, non si ripete. E il riconoscimento è drammatico, perché non è affatto acquisito. La relazione tra donne è diversa da come  stata poi tematizzata  sia da una parte del femminismo sia dal pensiero maschile. L’autocoscienza non è una fase storica: non è l’”inizio”, è LA pratica che consente che il femminismo abbia inizio ogni volta che ci siano presa di coscienza e risonanza.  Questa pratica comunica con il separatismo. È la conclusione del “Manifesto di Rivolta femminile”, 1970. Il separatismo è: 1) un luogo mentale in cui fare vuoto, condizione di stare tra donne in un modo che non è starci come donne di uomini. Non è esclusione dell’uomo. “L’esclusione è un suo problema”. E’fare vuoto per sottrarsi ai condizionamenti; 2) un luogo simbolico e fisico. “Qui potremmo scoprire qualcosa di essenziale che cambia tutto. Il senso della vita, delle cose”. Nominare le cose. Cercare un significato. Dare un senso è essenziale per vivere. Di norma ci si affida alle risposte date dai saperi. Queste autorità sono di fonte maschile. Le donne hanno l’abitudine di trarre da lì il senso di sé. Occorre invece ripartire dai gesti consunti, dalle abitudini, per fare vuoto – per rinominare – per mettere in parola diversamente. Fare vuoto di tutte le forme culturali, istituzionali, politiche. “Noi cerchiamo l’autenticità del gesto di rivolta”. Il soggetto imprevisto. La parola dell’autocoscienza è di congedo, di taglio netto dalle forme della cultura e della politica. Quel gesto è rivolta, non rivoluzione, poiché mira al presente, a modificare nel presente la vita, le relazioni, le abitudini. Agire nel presente: un’indicazione forte, anche per le giovani donne, che in quelle pagine non trovano né modelli né definizioni.Negli anni ’70 aveva credito il modello di trasformazione del mondo oggettivo, di matrice marxiana. Qui il cambiamento è dell’io e del tu. È un grande tema per la differenza, in società ormai aperte.  È fondamentale rileggere la questione della differenza e delle differenze a partire dalla tematizzazione della differenza originaria fatta dal femminismo.Lonzi, al momento della morte – 1982 -  sta lavorando sul teatro dell’epoca di Molière ed in particolare sulle “preziose”. Ne nascerà poi il libro “Armande sono io”. “Bisogna trovare tracce nel passato per vivere il cambiamento in atto”.Nel salotto delle preziose, erano due gli elementi forti in discussione, due gesti: il rifiuto del gradimento del pene a partire dal coito- poiché è il rapporto in cui la coppia è inscindibile, il godimento  di entrambi, la differenza si annulla, al contrario che nel piacere clitorideo – e il costituire un luogo in cui si rifiuta l’autorità dell’uomo e in cui il giudizio è delle donne. Molière mette in ridicolo questi aspetti: eppure, ne nacque un rimodellamento dei rapporti uomo-donna. La sfida resta radicale se è tra due coscienze. Significa non portarla sul terreno dell’uomo, che vorrebbe dire indietreggiare. Significa produrre un imprevisto nella storia. Il ruolo dell’uomo è assoluto, allora si deve dire: ogni donna, ogni uomo, perché soltanto nella singolarità si può trovare la generalità. Non c’è soggetto collettivo.La politica è l’avvenimento della coscienza di ciascuna donna. La donna non è genere, classe. Non c’è dispositivo di sfruttamento, non ci sono oppressori e oppressi. Non c’è un discorso sulla condizione femminile, sull’identità femminile. L’autenticità è di ognuna, non è la stessa per tutti. Confuta la dialettica del potere, la dialettica storica, la lotta per il potere. Situarsi qui significa eludere la primitiva sconfitta del sesso femminile. Il riconoscimento  sta fuori dalla dialettica servo-padrone. “Si vanifica il traguardo della presa di potere”, scrive Lonzi, e va anzi ridotta la centralità della dinamica del potere nella politica. . La società cambierà se si apre al rapporto con la donna. A questo cambiamento l’ostacolo principale, la resistenza forte è lo sconvolgimento della sessualità maschile, fondata sull’estroversione, che ne  è un meccanismo fondante.Lonzi dirà negli ultimi anni: c’è scacco, se il prezzo da pagare è la rinuncia alla relazione con l‘uomo. Lei non vi rinuncerà mai: è nel rapporto con l’altro, con il maschile differente, che la realtà si apre al cambiamento; non nel meccanismo illusorio per cui le donne stanno fra sé per difendersi.Questa è una parola che offre un sapere da fruire, che offre realtà. Una parola che ha il mondo davanti, che vuole fare un mondo a misura di donna, di ogni singola. La costruzione della coscienza individuale ci dice che nessuna può essere sacrificata alla costruzione del mondo. Si mette in questione l’emancipazione, in cui si vive come se non fossimo donne. La libertà ha un alto costo,esistenziale, politico e simbolico. La coscienza non è mai acquisita una volta per tutte: se non cambia la coscienza maschile, la realtà non cambia – e su questo siamo tornati indietro. L’aggressività, la violenza sono forme di reazione e di forte regressione degli uomini. L’invadenza dell’immaginario sta significando un impoverimento del simbolico, della dominazione.Per quanto riguarda la sessualità, c’è stata un’espropriazione del godimento femminile. Ma, per Lonzi, il piacere femminile è fondamentale per avere un proprio principio di realtà, cioè la libertà. Se la donna si fa complementare nel piacere, la sua autonomia sarà messa in questione. Rinunciare al proprio piacere vuol dire ridimensionare il desiderio. Il sacrificio di sé si fa illusorio (per la costruzione di una causa, di un progetto: il dover essere dell’etica marxiana): deve venir meno la complicità con il desiderio maschile. Se viene meno il principio del piacere, non lo si può portare nella realtà; e, senza il principio del piacere, non si affronta l’impotenza. Poiché “bisogna dire di sé”, Maria Luisa Boccia ha poi raccontato del proprio rapporto ventennale con l’opera di Carla Lonzi. “Lonzi continuamente mi interroga, mi chiede conto di quello che faccio. Continuamente mi porta oltre. Mi costringe ad essere spietata con me stessa, ma mi offre una promessa, che, se continuo, forse il principio di piacer lo trovo. C’ qualcosa che va più alla radice di quanto non facciano i diritti. Dobbiamo tenete nelle nostre mani alcuni fili: la libertà trova la sua voce nel piacere femminile, nel desiderio femminile”.Ha chiuso i lavori della mattina Anna Scattino, il cui intervento è stato un po’ compresso dall’ora tarda. Scattino ha ricordato che il lavoro fatto sulla storia del femminismo presenta delle opacità, e che c’è stato un problema di riconoscimento nei confronti di Carla Lonzi. Negli anni ‘70 della critica a Hegel, Marx, Freud, della critica alla famiglia, la donna clitoridea è il soggetto imprevisto, il suo copro irrompe. C’è la rottura del paradigma della solidarietà, un percorso difficile, ad alto rischio. Un congedo doveroso, ma pericoloso. Ad un certo punto, a metà degli anni ’70, c’è la perdita di quel corpo, di quel piacere. Nel fascicolo d’oro di “Memoria” Mariella Gramaglia scrisse: “abiamo percorso sentieri di morte che ci hanno portato lontano da quel piacere, dalla donna clitoridea”.

Nel pomeriggio, altre relazioni, tra cui quella molto bella di Stefano Chiodi, hanno affrontato il tema di Carla Lonzi critica d’arte – anche se la figura è rimasta un po’ sullo sfondo di una panoramica dedicata soprattutto all’arte di quegli anni (’60-’70) ed alla questione della critica d’arte.

In chiusura, è stato trasmesso il documentario “Alzare il cielo”, per la regia di Gianna Mazzini, su progetto di Loredana Rotondi. Il video raccoglie testimonianze di donne che hanno conosciuto Carla Lonzi da studente, come Marisa Volpi, e nei suoi percorsi di ricerca artistica e politica, come Laura Lepetit, Carla Accardi e le sue compagne e amiche di Rivolta Femminile (Renate Gessner, Jacqueline Vodoz e Angela Mione ) e la sorella Marta, di Maria Luisa Boccia e Manuela Fraire, di Luisa Muraro, del figlio Battista Lena e la sua compagna Francesca Archibugi, intrecciate a foto, filmati, ed alla voce diretta di Carla Lonzi. Vi si ascoltano Luisa Muraro che dice “Carla Lonzi cercava l’essenziale. L’essenziale è qualcosa che manca ma che c’è. Allargare l’orizzonte, alzare il cielo”, e Marta Lonzi, che parla di “necessità di verità”.

Il femminismo mi si è presentato come lo sbocco tra le alternative simboliche della condizione femminile, la prostituzione e la clausura: riuscire a vivere senza vendere il proprio corpo e senza rinunciarvi. Senza perdersi e senza mettersi in salvo. Ritrovare una completezza, un'identità contro una civiltà maschile che l'aveva resa irraggiungibile".

2 Risposta

  1. paolo della grazia

    sono interessato a conoscere ed approfondire l’opera di carla lonzi

  2. Evelina

    Salve, direi che può cominciare a leggere “Taci, anzi parla”, il diario. Può trovarlo alla Libreria delle Donne di Milano o su Internet.
    Grazie per l’attenzione, P.M.

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