“STORIE MIGRANTI”: UN VUOTO DI STORIA RIEMPITO DA LUOGHI COMUNI

“Questo corpo così assetato e stanco forse non arriverà fino all’acqua del mare”. Federica Sossi, docente universitaria, autrice di testi e ideatrice del sito Internet “Storie migranti” (www.storiemigranti.org), ha iniziato con questi versi l’incontro che si è svolto lo scorso 9 gennaio nell’aula magna del Liceo classico Niccolini di Livorno, organizzato dall’Associazione Centrodonna Evelina De Magistris e dall’Associazione Ci sia acqua ai due lati.
I versi provengono dal taccuino di Zaher Rezai. Leggiamo sul sito www.meltingpot.org: “Quando il suo corpo è stato ritrovato, a Mestre, in via Orlanda, il 10 dicembre 2008, il documento che portava in tasca ha permesso la sua identificazione: Zaher Rezai, cittadino afghano, 13 anni. Sulla dinamica della morte non c’erano molti dubbi: per eludere i controlli portuali doveva essersi legato sotto il tir che l’aveva schiacciato a quell’incrocio, a 8 chilometri dal porto di Venezia, ormai superato”. Portava in tasca un taccuino, con alcuni disegni o schizzi e alcuni versi.
“Tu porti il profumo delle gemme che sbocciano, sei come un fiore di primavera
Tu sei un amico incantevole sei una seta di passione e bellezza
Ora vediamo fino a quando t’accorderai col cuore mio
Questo corpo così assetato e stanco forse non arriverà fino all’acqua del mare.
Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino, ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera.
Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori, io stesso mi son fatto rosa, non vado in cerca di un fiore qualsiasi”
Zaher, come molti altri ragazzi, aveva fatto, per sfuggire alla guerra, un viaggio molto lungo e difficile. Questi viaggi durano settimane, quando non mesi. Dall’Afghanistan alla Turchia, alla Grecia. A Patrasso, legato sotto un Tir diretto a Venezia. A Venezia c’è arrivato. Poi è morto.
È arrivato nella Unione europea, i cui Paesi membri, ha detto Federica Sossi, riconoscono la Convenzione di Ginevra. Ma Zaher sapeva che la Grecia, nonostante questo, non riconosce rifugio politico ai minorenni che fuggono dalla guerra, anzi li deporta in Turchia. Li tiene dentro centri di detenzione, in container fatiscenti, e poi li deporta in Turchia.
Sul sito di Storie migranti si può vedere un video che racconta il respingimento dall’Italia verso la Grecia, nonostante che l’Alto Commissariato per i rifugiati abbia chiesto più volte ai Paesi Ue di non applicare il regolamento di Dublino II (che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l'esame di una domanda d'asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo), specie nei confronti della Grecia, dove le persone non vengono mai riconosciute come rifugiati. Un Position paper pubblicato dall’Unhcr lo scorso aprile denuncia le difficoltà incontrate dai migranti in Grecia "nell’avere accesso e nel poter godere di livelli di protezione in linea con gli standard internazionali ed europei" e raccomanda ai governi dell’Ue di non respingere verso il paese i richiedenti asilo in applicazione del regolamento Dublino II. Svezia e Danimarca hanno sospeso i respingimenti verso la Grecia, l’Italia continua a metterli in pratica.
Molte altre persone sono morte nel 2008, come Zaher. Non basta arrivare in Italia e dire: “chiedo asilo”. Si viene presi dalla polizia di frontiera – atto illegale – non si può contattare neppure le agenzie dei rifugiati: le persone vengono messe sulle navi e riportate in Grecia. Questo a Venezia. Dall’altra parte dell’Italia, i respingimenti avvengono in alto mare, verso la Libia.
Esistono accordi con la Libia già dal 2004, “grazie” ai quali l’Italia finanzia i campi di concentramento libici, luoghi in cui avvengono uccisioni, stupri, aborti, lavori forzati, torture.
In virtù di questi accordi, nelle acque internazionali tra Malta, Italia, Tunisia e Libia si svolge, dal 2006, un pattugliamento congiunto che intercetta le barche verso Lampedusa e le respinge verso la Libia, verso quei campi. Addirittura il governo italiano ha sottoscritto un accordo per un pattugliamento congiunto in acque territoriali libiche con equipaggi misti, allo scopo di riportare nei porti africani le barche intercettate. Quindi, abbiamo uno Stato che pattuglia le acque di un altro Stato, invadendo di fatto il suo territorio.
Il viaggio di Zaher, i viaggi di queste persone consistono in rischio, tempi lunghissimi, sofferenze e nascondimento continuo. Si muore nel Sahara, si muore nel deserto libico, si muore in mare, nel Mediterraneo, nel Golfo di Aden (provenendo dal Sudan e dalla Somalia verso lo Yemen), al confine egiziano. Poi può succedere quel che è successo a Zaher, su una strada di Mestre.
Nel suo bel libro “”Regina di fiori e di perle” Gabriella Ghermandi racconta la storia del colonialismo italiano in Etiopia e della resistenza etiope. Lì eravamo noi gli invasori e gli oppressori. Al termine del libro Ghermandi dice: questa storia è la mia storia, ma è anche la vostra storia. Non bisognerebbe dimenticarsene mai. Invece assistiamo ad un racconto sulle migrazioni che non tiene conto di troppe cose: per esempio, del fatto che, quando nevica, la neve viene spalata dai migranti; che questi spesso svolgono lavori insicuri, pericolosi; senza assicurazione. Che prendono 2,50-3 euro l’ora, per esempio quelli che lavorano ai mercati generali di Milano: eppure, tutti mangiamo la frutta e la verdura. Ma non chiediamo “chi” ci sia dietro allo spazzamento della neve, all’apertura del mercato.
Il racconto sulle migrazioni non racconta la verità sulle migrazioni.
Il 14% delle persone che abitano a Milano sono migranti. Pensiamo a quanti ragazzi ormai frequentano le scuole. Chi è migrante tutti gli anni deve rinnovare il permesso di soggiorno.Alla fine degli studi potrebbe essere allontanato. Il suo permesso è sottoposto a moltissimi vincoli. Se per caso trascorre un anno all’estero, magari nella famiglia di origine, perde la possibilità di diventare cittadino italiano. Può, quindi, essere rimpatriato in un luogo che praticamente non conosce.
Il racconto delle migrazioni è un racconto a senso unico. Una finzione che crea un vuoto di sapere e di storia, consegnata all’equazione migrazione-clandestinità-delinquenza.
In Europa ci sono norme che non aiutano a regolarizzare i migranti, ma li lasciano nel buco nero della clandestinità. Non clandestini ma clandestinizzati.
Queste persone per il 90% lavorano e costituiscono una parte della ricchezza del nostro Paese. Pensiamo all’edilizia, al caporalato che porta i migranti sui cantieri. Ci sono moltissimi non detti nell’economia legata alle migrazioni.
Eppure quanti ostacoli, quante detenzioni, quanti viaggi, quanti container … anche le parole non sono innocenti: usare certe parole significa definire qualcuno estraneo, non uomo.
Noi vediamo solo lo sbarco, anzi l’arrivo a Lampedusa: arrivano e ricevono il foglio di via, clandestini per sempre. Clandestini che lavorano ma non hanno diritti: se protestano, c’è il C.p.T. e l’espulsione.
Perché, per esempio, non possono prendere un aereo, per arrivare qui? I viaggi che fanno costano moltissimo di più di un viaggio aereo (dal Senegal sono circa 2.000 euro, dal Congo – un viaggio attraverso il Niger e, il deserto libico - si va da 5.000 a 7.000 euro). Potrebbero risparmiare prendendo l’aereo e usare quei soldi per sistemarsi i primi tempi qui, cercare un’abitazione, un lavoro. Ma le leggi e gli accordi non lo consentono.
Perché non ci raccontano queste storie insieme ai bollettini degli sbarchi? Invece, c’è un vuoto di storia riempito da luoghi comuni.
Ci sono moltissime norme che regolamentano il permesso di soggiorno. È sottoposto spesso al caso, al volere del singolo funzionario. È tutto un po’ arbitrario. Arbitrarietà che genera insicurezza che genera assenza di diritti. A Milano i controllori ATM sui bus possono fare controlli sui migranti. È in discussione un decreto legge che abolirà la possibilità di contrarre matrimonio per chi non ha il permesso di soggiorno.
Non c’è possibilità di “salvare” una persona che venga pescata senza permesso di soggiorno. Ci sono drammi umani, separazioni forzate, storie d’amore interrotte.
Diceva Hannah Arendt che, nella Germania degli anni ’30, ognuno aveva “il suo buon ebreo”. Venivano accettate la marginalizzazione collettiva, le teorie sugli ebrei schiuma dell’umanità, ma era diffuso l’atteggiamento per cui queste cose non dovevano toccare il “buon ebreo” che ciascuno conosceva. E invece toccano tutti. È come se ognuno di noi avesse il suo “buon migrante”: accettiamo che ci siano queste norme repressive, ingiuste, ma per “quella” colf, “quel” badante, le regole che valgono per gli altri non devono valere. “Quella” è buona, “quello” è bravo.
Sappiamo che il 90% dei clandestini lavora e non delinque. Poi, nel Paese di cui una parte consistente vive di mafia, è delinquente chi riceve per il lavoro 2,50 euro l’ora o chi lo paga così?
In Italia il diritto di asilo è garantito dall’art.10 comma 3 della Costituzione:”Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Eppure respingiamo gli Zaher.
Noi abbiamo in mente le migrazioni sud-nord, ma la gran parte si svolge da sud a sud: per esempio, le migrazioni interafricane. E ci sono molti centri di detenzione in Africa. Che interesse hanno i Paesi africani a bloccare l’emigrazione, visto che le rimesse dall’estero costituiscono il doppio degli aiuti allo sviluppo (per il Marocco si tratta del 9% del PIL, per il Senegal dell’11%). Lo fanno perché sono obbligati dall’Europa, sono ricattati dall’Europa. Gli accordi economici vengono sottoscritti solo se c’è l’accettazione delle politiche contro le migrazioni.
Per queste persone non esistono diritti, ha concluso Federica Sossi: perché ci sono persone che non possono aver futuro? Perché non ci ribelliamo di fronte all’assenza di futuro?
Ancora i versi di Zaher, 13 anni, che cercava un futuro: “Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori, io stesso mi son fatto rosa, non vado in cerca di un fiore qualsiasi”.

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