“IO SONO CONTRO IL VELO PERCHÉ È OPPRESSIONE, MA NON SONO CONTRO LE DONNE CHE PORTANO IL VELO” – Giuliana Sgrena a Livorno per Evelina lo scorso 29 settembre

Nell’aula magna del Liceo Classico Niccolini di Livorno, gremita all’inverosimile, Giuliana Sgrena, in una iniziativa promossa dall’Associazione Evelina De Magistris con la collaborazione del Comune e di altre due associazioni, “Ci sia acqua ai due lati” e “Ippogrifo”, ha presentato il suo ultimo libro, “Il prezzo del velo”, dedicato alla condizione delle donne nell’Islam. Giuliana ha una conoscenza diretta della cultura e della società islamica nelle sue varie articolazioni e differenze, anche profonde, nata dall’aver vissuto lunghi periodi in Algeria, in Somalia, in Afghanistan, in Palestina, in Iraq – luogo in cui pagò duramente la fedeltà al proprio lavoro di giornalista sul campo, non “embedded”, con il rapimento e la tragedia legata alla sua liberazione: lei ferita, Nicola Calipari ucciso dal “fuoco amico”.
Il libro è documentato, duro, deciso. Il sottotitolo “la guerra dell’Islam contro le donne” ha sollevato qualche problema: Giuliana ha spiegato che in un primo momento è stata una scelta editoriale, di cui anche lei era un po’ perplessa, ma poi ha deciso di accettarlo, perché dà voce a vessazioni e violenze troppo presenti in quei Paesi.
Obiettivo del mio lavoro, ha detto, era l’affrontare la questione “donne” nei Paesi musulmani. Era già stato il tema del mio primo libro, “La schiavitù del velo”, ricco di analisi svolte in prima persona da donne musulmane. “Ho mantenuto i contatti, ho continuato a lavorarci, in un confronto continuo”. E, a questo proposito, Sgrena ha voluto sottolineare che, tra “gli altri” e noi, tra i migranti e noi, ci sono sì culture diverse, percorsi diversi, differenze anche forti, ma in complesso “siamo uguali: abbiamo gli stessi desideri, gli stessi bisogni. E’ giusto conoscere le differenze, ma è controproducente e ingiusto insisterci troppo. D’altronde, ci sono grandi differenze anche tra noi cittadini italiani. Siamo tutti esseri umani, persone, ciò che ci accomuna è più di quel che ci divide”.
L’autrice ha proseguito dicendo che si è occupata del fondamentalismo islamico, ma il fondamentalismo sta in tutte le religioni. Le dichiarazioni di Bush sono colme di fondamentalismo, in questo caso cristiano: si tratta della convinzione di percepire se stessi, le proprie azioni come ispirate da Dio. “Sono forme aberranti di strumentalizzazione della religione”, che, quando si affermano, portano allo stravolgimento della realtà sociale e, sempre, della condizione della donna.
Nell’Islam ci sono molte donne che rischiano tutto perché vogliono lavorare, perché si battono per i loro diritti. Sgrena ha ricordato Malalai Kakar, dirigente del dipartimento che si occupa dei crimini contro le donne in Afghanistan, uccisa domenica 28 settembre a Kandahar dai talebani. L’Afghanistan è un paese in cui la condizione delle donne ha subito una medievalizzazione incredibile: basti ricordare che l’obbligo del velo, in quel Paese, fu abolito nel 1920, perché non il velo, ma l’istruzione doveva proteggere le donne …
C’è quindi stato ed è in corso un forte processo di reislamizzazione. Certo che, quando si subiscono aggressioni, la reazione è arroccarsi. Ma quel processo si basa soprattutto su un pilastro della repressione delle donne: il codice della famiglia. Anche qui, ci sono differenze: in Marocco la situazione è migliorata, in Algeria, per certi  versi, pure. Ma ci sono fortissimi arretramenti.
Spesso non conosciamo, non abbiamo idea delle lotte che queste donne hanno portato avanti, ma c’è molto femminismo nei Paesi musulmani. Agli inizi del Novecento ci fu un forte movimento femminista in Egitto: nel 1930 ottenne l’abolizione del velo, che fu reintrodotto nel 1967, in seguito alla sconfitta subita nella guerra dei Sei giorni contro Israele. Si disse che Allah fosse infuriato anche per la “scostumatezza” femminile.
Sempre, quando ci sono situazioni di crisi e il nemico è alle porte, e cresce la paura, il primo obiettivo della repressione sono le donne. I drammi e le tragedie portano alla demonizzazione della donna.
Vediamo il caso della Bosnia. Prima della tragedia della guerra dei Balcani, Sarajevo era capitale della convivenza: chiese sinagoghe moschee erano una accanto all’altra. Dopo la guerra, i mujaheddin, arrivati in gran quantità per combattere, con alle spalle il denaro dell’Arabia Saudita, e che avevano acquisito un forte potere, costruirono molte moschee, distribuirono armi e soldi, soprattutto alle vedove, “comprando” così l’uso del velo. Questo è stato un processo di reislamizzazione. La situazione ora è difficile: recentemente c’è stata una odiosa campagna contro l’omosessualità, seguita dall’assalto di gruppi variamente connotati, da skinheads a fanatici islamici, nei confronti di un incontro di donne che si è svolto a Sarajevo.
Tra l’altro, anche le donne somale sono state spinte dai tradizionalisti a mettere il velo dietro compenso.
Allora la necessità è di aprirci, di abbattere l’isolamento di questi Paesi, di aprire le frontiere. Dopo l’11 settembre si è sviluppata una forte islamofobia. Ma se l’Islam viene isolato, cresce l’Islam integralista e fondamentalista. In quei Paesi si lotta per i diritti umani, ci sono molti punti in comune tra noi e loro: e le differenze arricchiscono.
Bisogna combattere l’isolamento anche a casa nostra. Spesso le donne musulmane vengono in Italia con speranze ed aspettative, e qui, invece che avanzare, arretrano. I maschi imparano l’italiano, alle donne non è consentito. I capi delle comunità svolgono spesso un grande ruolo repressivo.
“Voglio essere chiara: io sono contro il velo perché è oppressione, ma non sono contro le donne che portano il velo”. Il fatto è che molte donne arrivano dal Marocco senza velo, e qui lo portano. I capi delle comunità martellano: guardate la TV, volete diventare come quelle donne scollacciate? “In effetti, non diamo una bella immagine…”. Però, mettendo il velo, la donna rinuncia ad una sua libertà.
“Io credo che tutte le religioni, sicuramente in alcune interpretazioni, siano contro la libertà delle donne”. Ma dobbiamo rompere questi schemi, dice Giuliana Sgrena. Il Corano non prescrive il velo. Dobbiamo rompere i pregiudizi. Una volta una donna le ha detto: “Voi avete tanti pregiudizi verso di noi, ma anche noi verso di voi”. C’è difficoltà a stabilire rapporti veri, da persona a persona, tra noi e i migranti. Non siamo preparati a farlo. Le differenze ben vengano: ci arricchiscono. Occorre avere l’attenzione aperta a tutto il mondo: se non sappiamo che cosa avviene negli altri Paesi, non sappiamo neppure perché fuggono e vengono da noi.
Sappiamo bene quanto ancora il patriarcato sia forte anche in Occidente: sono 14.000.000 le donne italiane vittime di violenza. Il 69,7% degli stupri è commesso dal partner. La prima donna ministro in Egitto c’è stata nel 1956. In Italia, nel 1976: Tina Anselmi.
Oggi, tra i Paesi islamici, solo in Tunisia le donne hanno, per legge, pari diritti rispetto agli uomini. “Penso che sia legittimo che diverse donne islamiche lottino per i diritti per cui abbiamo lottato noi … prima pensavo che certe differenze, certi comportamenti, certi costumi, poiché erano radicati in determinati luoghi – il velo piuttosto che altri divieti – fossero comunque fatti autentici ed apprezzabili. E’il cosiddetto relativismo culturale, che anch’io condividevo. Ho cambiato la mia opinione dopo aver frequentato i Paesi islamici”.
L’”altro” non è il “diverso”: la differenza arricchisce. Occorre confrontarsi alla pari: vedere comunque il “diverso” è una forma di razzismo.
In Francia, è vero, ci sono state rivolte dopo la legge che vietava nelle scuole l’uso del velo, insieme a qualsivoglia altro simbolo religioso. Però poi le ragazze sono state ben felici che nessuno controllasse se avevano il velo. Ci fu il ritiro di 47 ragazze musulmane – un numero esiguo - ma circa 30 si sono iscritte  a scuole non statali. Questo è stato possibile in Francia, stato fortemente laico.
Certo che, se si finanzia la scuola cattolica, perché non la scuola coranica?
Si dice che il velo sia una questione religiosa, identitaria, di tradizione. In realtà si sta verificando un processo di reislamizzazione, retradizionalizzazione, ripatriarcalizzazione. QUESTO velo è diverso da quello portato per tradizione.
Ad una domanda sulle donne kamikaze, Sgrena ha risposto dicendo che, in Cecenia, le donne vengono usate come carne da macello, perché c’è disprezzo verso la pratica del kamikaze. E sono gli uomini ad innescare l’esplosivo. In altre realtà, dove invece il gesto è visto come segno di martirio,  sono comunque sempre i maschi che decidono quando devono morire le donne.
Dietro questi avvenimenti ci sono interessi economici internazionali di portata enorme. Guarda caso, nessuno condanna l’Arabia Saudita per la violazione continua dei diritti umani delle donne.
Caso esemplare è la guerra in Iraq: non si porta la democrazia con le bombe, non è possibile. Ora l’Iraq è un Paese controllato da gruppi religiosi, e sulle donne si sono scatenati il libertà, stupri, violenze di ogni tipo. Prima, se non altro, era un Paese laico.
Non si difende nessun diritto umano quando si porta la guerra in un Paese. È una grande mistificazione. Altro che diritti umani, lì c’era il petrolio …
“Ribadisco: occorre togliere i Paesi dal loro isolamento. Per questo è importante, ad esempio, che la Turchia entri nella U.E. Lì, il velo è iniziato come segno di libertà nelle Università. In realtà, si tratta di una pseudolibertà. La Corte Costituzionale l’ha sospesa, ma, nel frattempo, sono stati nominati, in molte Università, docenti islamismi: ancora, il velo come inizio di un processo di islamizzazione.
Attraverso il velo, la donna, con il suo corpo, deve garantire l’onore dell’uomo. È un pesante controllo della sessualità.
Identità=velo? Ma come è possibile che un popolo abbia bisogno del velo per stabilire la propria identità? Il fatto è che sono venute meno alcune ideologie e ne sono sorte altre.  C’è stata una sorta di rivolta culturale dopo l’11 settembre, una rivolta contro l’islamofobia, condotta attraverso la rivendicazione dell’essere islamiche. Un dato interessante, che può aiutare a andare oltre le gabbie identitarie, è il senso di appartenenza alla comunità dei credenti, che va oltre le frontiere.
“Sono convinta che nel mondo musulmano si possano creare i diritti universali, nei modi in cui loro vorranno. Nell’Islam c’è in corso una lotta per la sua secolarizzazione, anche attraverso forme di teologia simili alla nostra teologia della liberazione”.
Moltissime le domande rivolte a Giuliana Sgrena, tante quelle di ragazze e ragazzi. Su questi temi hanno lavorato, durante lo scorso anno scolastico, studenti del Liceo Niccolini, con l’insegnante Maria Antonietta Monaco, e delle scuole medie Bartolena, con Daniela Tognotti.
Perché, come ha ripetuto instancabile Sgrena, fondamentale è conoscersi, incontrarsi e confrontarsi.

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