Se amare e donarsi porta alla vergogna – Il Tirreno 27.8.2008

Non ero ancora riuscita a scrivere niente sulla ragazza che, pochi giorni fa, si è uccisa, a diciassette anni, forse sommersa da un dolore più grande di lei e della sua capacità di sopportarlo. Due anni prima, davvero bimba, aveva acconsentito ad una richiesta del fidanzato, il quale, dopo che si erano lasciati, aveva messo in giro alcune loro immagini insieme. La predazione come pratica per molti maschi, troppi.
Immagino il senso di intimità violata che deve aver sofferto; la fiducia tradita, il dono di sé scempiato e svillaneggiato. Immagino la sua titubanza quando ricevette la richiesta. Si sarà chiesta se farlo o no, avrà combattuto con la paura del dire sì e la paura, uguale e contraria, di perdere l’amato. Il ricatto d’amore, l’eterna questione del dono o della negazione, del ritirarsi o del darsi, che ogni donna conosce, a qualsiasi età. Seguire il desiderio, senza sapersi o potersi chiedere, a volte, se davvero è desiderio proprio o non, piuttosto travestimeto dell’ossessione altrui.
Le lezione, troppo amara, che deve averne tratto è che amare e donarsi porta alla ferita mortale ed alla vergogna. Nessuno, evidentemente, ha potuto risarcirla, nessuno ha potuto lenire, con il giusto balsamo, la sua vita lacerata. Avrà visto sguardi beffardi e udito parole giudicanti. Deve essersi sentita terribilmente sola. La vergogna ed il dolore sono intollerabili nella solitudine e possono essere affrontati solo con la parola e in presenza di uno sguardo altro che accetti e condivida. Non è facile trovarlo, ma non è facile neppure farlo filtrare nella cortina di una sofferenza immedicabile. Penso allo strazio dei suoi genitori.
Lei è morta, e aveva diciassette anni. «E come tutte le più belle cose/vivesti solo un giorno, come le rose».

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