Il sì della donna non si può saltare

Lettera aperta...

La posta in gioco nella discussione su legge 194, aborto, momento di inizio della vita, rianimazione dei feti e quant’altro si pensi che possa essere utile per combattere battaglie assolutamente altre rispetto a tali questioni (che sono difficili, serie, complesse) non è né la difesa della legge 194, né il cosiddetto “diritto di aborto” (che il femminismo non ha mai affermato), né lo scontro tra laicità e confessionalità.
La vera posta in gioco è la libertà. La libertà delle donne, quindi la libertà.
La posta in gioco sta nella possibilità di declinare liberamente la responsabilità, la sessualità, la corporeità, la relazione con l'altro.
Di che cosa si parla nel dibattito pubblico, da anni, quando si parla di aborto? Spesso “si vuole solo tradurre in colpa la libertà e in incoscienza la responsabilità”.

E non convince neppure la posizione di chi sostiene la difesa della legge 194 in nome del diritto. “Il diritto individuale non può rappresentare con verità situazioni che sono intrinsecamente relazionali, come gli inizi della vita (sempre) e la fine della vita (spesso)”.
La verità possibile sta nell’ascolto dell’esperienza femminile, del suo desiderio e dei suoi bisogni, del fatto che ella sola sa se è pronta per la maternità. Ella sola. “La realtà è che si viene al mondo nati di donna, nati da madre, che è la prima figura di accoglienza e di relazione per ognuno di noi”.

“L'abuso del concetto di vita genera disorientamento e nasconde l' incapacità di assumersi davvero responsabilità rispetto alla nascita. Possibile, solo se si riconosce il debito con la madre e l'asimmetria tra i sessi nel generare”.
Le donne da sempre si assumono fino in fondo questa responsabilità. Ne sono maestre.
“Il sì della donna non si può saltare. È una risposta che ha origine nel movimento delle donne, e che negli anni Settanta in Italia ha trovato espressione giuridica nella proposta di depenalizzazione dell'aborto”.

Ma, lo ripetiamo, cosa disturba, cosa indigna, è che temi di questa delicatezza, che presuppongono ascolto, silenzio, attenzione, parole pacate (non dimentichiamo, non dobbiamo dimenticare la vergognosa irruzione della forza pubblica in un ospedale di Napoli per interrogare una donna che aveva appena abortito), siano presi a pretesto per affermare altro: per es. dispute elettorali, o la necessità, da parte della gerarchia vaticana, di entrare nel discorso pubblico.
E’ già successo molte volte: negli ultimi anni si sono giustificate almeno due guerre terribili (Afghanistan e Iraq) accampando, tra le altre cose, anche la necessità di difendere i diritti delle donne.

"Mai come oggi è giusto e imprescindibile che sia la donna decidere della procreazione e della nascita. Potrà consigliarsi, potrà ascoltare il medico ma la prima e l'ultima parola sarà soltanto sua. Oggi che nelle istituzioni, nei partiti, nell' informazione sono troppe e assordanti le voci maschili che pretendono di dettare legge, o imperativi etici, ignorando la parola femminile; quella dell'esperienza, come quella politica. Riconoscerlo, vuol dire dare valore e priorità alla parola femminile nella sfera pubblica e politica. Solo così si farà chiarezza".

Abbiamo scritto questa lettera per invitare chi lo desideri ad un incontro che si svolgerà

MARTEDÌ 18 MARZO 2008 ALLE ORE 17
PRESSO IL CENTRO ARTISTICO IL GRATTACIELO, VIA DEL PLATANO, 2 – LIVORNO

Nella lettera sono presenti, virgolettati, contributi scritti negli ultimi mesi da diverse donne, tra le quali Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Clara Jourdan, Paola Meneganti, Tamar Pitch.

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